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Olivo Vite Ciliegio

ATTIVITA' GUIDATA

OLIVO
Già in epoca romana la Valpolicella era uno dei luoghi in cui l'olivo poteva dare una resa discreta sia in termini quantitativi che qualitativi, ma è probabile che le colture avessero carattere pressoché ornamentale e comunque sporadico.
Il toponimo "Olivedo" è attestato "In Valle Provinianense" fin dal 932 d.C. (Codice Diplomatico Veronese, II, 217).
In ogni caso la coltura dell'olivo ha oggi un suo significativo e pregiato spazio contribuendo con altre specie, quali il ciliegio, il cipresso e la vite a caratterizzare il paesaggio della valle. In Valpolicella le varietà di olivo coltivate sono prevalentemente per olive da olio e le specie storicamente più presenti sono rappresentate dal Grignano, il  Favarol ed il Trepp.
Dal 1997 è entrato nel pieno della sua operatività il "Consorzio di Tutela dell'Olio Extravergine di Oliva del Veneto". Per l'area olivicola veronese, compresa nella dizione geografica "Valpolicella" le varietà ammesse sono: Grignano e/o Favarol, da soli o in quantità non inferiore al 50%; Leccino, Casaliva o Frantoio, Maurino, Pendolino, Leccio del Corno, Trepp, 10% di altre varietà da sole o congiuntamente ad altre.
La qualità dell'olio della Valpolicella è elevata e le caratteristiche organolettiche sono di pregio ed individuate da un gusto fruttato molto apprezzato dagli intenditori; tuttavia a causa della non rilevante produzione, in termini quantiativi, l'olio valpolicellese è destinato quasi esclusivamente all'auto consumo.

VITE
Le più antiche tracce di coltivazione della vite in Valpolicella risalgono al V secolo a.C..
In età romana il vinum Rhaeticum, ampiamente descritto da Plinio come tipico delle colline veronesi, era apprezzato da poeti quali Virgilio e Marziale, che lo conservavano per l'invecchiamento in una sua anfora, ed era il preferito dall'imperatore Augusto, come segnala Svetonio nei suoi scritti.
Plinio segnalò che la vite retica, molto feconda, preferiva il clima temperato e "aveva un tale amore per la propria terra che lasciava, nel trapianto in altri paesi, tutte le sue glorie perdendo le sue qualità" esprimendo in questo modo, già due millenni fa, quello stesso concetto di "terroir" che oggi è considerato prerogativa indispensabile di ogni grande zona vinicola.
Risale invece al 463 d.C. un editto del Re longobardo Rotari, residente in Valpolicella, in cui si intimava a tutti coloro che volessero litigare, di farlo fuori dai vigneti, pena la condanna anche di colui che si trovava dalla parte della ragione, dimostrando così quale fosse l’amore per la vite.
Dopo la caduta dell'impero romano il vino veronese, preparato già allora con la particolare tecnica dell'appassimento delle uve su stuoie o graticci, si trova ricordato con il nome di Acinatico.
Ogni dubbio che si tratti di uno stretto parente dell'attuale Recioto svanisce quando, nel VI sec.d.C., dalla prosa latina di Cassiodoro, il colto ministro di Re Teodorico, apprendiamo anche i metodi di lavorazione di questo passito: "L'uva scelta d'autunno nelle vigne dei pergolati domestici viene appesa capovolta e si conserva nei suoi recipienti naturali. Si appassisce, non corrompe per la vecchiaia, e trasudando gli insipidi umori si addolcisce con grande soavità. Si conserva fino al mese di dicembre, finché la stagione invernale completa l'essiccazione, e in modo mirabile in cantina si ha un vino nuovo mentre in tutte le altre si incontra un vino vecchio".
In tempi moderni lo scrittore americano Ernest Hemingway, che fu in Italia durante la prima guerra mondiale, cita il Valpolicella in uno dei suoi libri: "Di là del Fiume, tra gli alberi", definendo il Valpolicella un vino "cordiale come un fratello con cui si va d’accordo".

Il Valpolicella è un vino che nasce da una miscela di uve di vitigni diversi, la più importante è la Corvina presente in misura dal 45 al 95%, in dialetto locale è chiamata anche Cruina o semplicemente Corvina. Essenziali sono anche le uve Rondinella, dal 5 al 30%, mentre non lo sono più quelle di Molinara che è uscita dal disciplinare, ma resta comunque tra quelle permesse. Altre uve non essenziali alla miscela per avere la denominazione di origine controllata (DOC), ma che possono essere presenti fino ad un massimo complessivo del 25% (e un massimo del 10% ognuna) sono quelle provenienti da vitigni della zona come Negrara, Forselina e Oseleta. È possibile inoltre utilizzare il Corvinone  nella misura massima del 50% in sostituzione della Corvina.
Il Valpolicella riceve la denominazione di:

  • Classico, se prodotto nella sottozona comprendente i comuni della Valpolicella classica

  • Valpantena, se prodotto nella sottozona comprendente la Valpantena

  • Superiore, se l'affinamento in botte avviene per un minimo di 12 mesi a partire dal 1°Gennaio successivo alla vendemmia e il grado alcolico al consumo risulta essere superiore al 12%

  • Ripasso, se il vino prima dell'affinamento in botte viene ripassato attraverso le vinacce di recioto o amarone precedentemente pressate acquistando corpo, gusto e grado


Anche Il Recioto e l'Amarone, pur avendo
una denominazione propria, derivano dalle uve del Valpolicella. Per la loro produzione le uve sono sottoposte a parziale appassimento fino a 4 mesi su graticci di bambù quindi vengono pigiate, a gennaio o febbraio e successivamente avviene l’affinamento in botte, per un minimo di due anni a partire dal gennaio successivo alla vendemmia.

CILIEGIO

Le ciliegie sono un frutto originario del territorio tra il mar Caspio, l'Anatolia e il mar Nero e da qui si è poi diffuso in Europa. In Valpolicella la tradizione della coltura di questo frutto è molto radicata, si stima, infatti, che fosse coltivato sin dall’età paleoveneta etrusco-retica che fiorì tra il VII e il V sec. a.C..
In primavera i ciliegi abbelliscono il paesaggio delle colline annunciandone l'arrivo, tale fenomeno si protrae per una ventina di giorni circa, manifestandosi come un'onda bianca che inizia in pianura, passa alle colline per finire nell'alta collina. Si può osservare come i ciliegi evidenzino particolari zone del territorio: macchie di fiori fitte (frutteti) e macchie singole (vecchi ciliegi), filari sparsi (lungo le scarpate e gli argini) e filari frammisti a vigneti (il ciliegio è utilizzato come albero di testata di vecchi vitigni).
A inizio estate si ha la prima produzione dopo la fioritura raccogliendo il primo prodotto dell'annata. Con l'occasione si ravvivano i mercati cerasicoli di Marano, Negrar e San Pietro in Cariano dove è possibile acquistare questo frutto che viene spedito in Italia e nel mondo.
In autunno i ciliegi illuminano il paesaggio con il variare dei colori delle foglie dal verde al giallo, al rosso, annunciando il cambio di stagione.
In inverno, i rami sono spogli e offrono il loro legno per riscaldare le case (quello meno pregiato), e per realizzare opere artigianali (quello di buona qualità).
La ciliegia è uno degli elementi caratterizzanti del paesaggio e della coltura di questa zona e la sua riscoperta ha portato alla decisione di festeggiare questo frutto con la Sagra della ciliegia, che si tiene tra maggio e giugno a Gargagnago, frazione di Sant'Ambrogio di Valpolicella, poco distante da San Giorgio Ingannapoltron.
Nel 1967 si è dato vita alla "Cooperativa Cerasicoltori della Valpolicella" con l'obiettivo di una corretta divulgazione tecnica colturale  e della conseguente qualificazione e, attraverso uno specifico disciplinare, poter ottenere il giusto riconoscimento, da parte della comunità Europea, dell'IGP della Ciliegia delle colline veronesi.

Foto di Gabriele Salzani www.gabrycreation.com

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